‘Le intermittenze della morte’ di Saramago o l’umanità della morte

Cosa succederebbe se un giorno la morte smettesse di fare il suo lavoro?
È quello che accade nel Paese descritto da Saramago, ne ‘Le intermittenze della morte’ quando, allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre tutti gli uomini in fin di vita rimangono sospesi in una sorta di limbo. Immediatamente si scatena il caos: le agenzie di pompe funebri sono disperate, il clero vede sgretolarsi le sue fondamenta, i malati iniziano ad accumularsi lungo i corridoi degli ospedali. Per sette mesi gli uomini godono di una deroga alla loro costitutiva mortalità, fino a quando una lettera viola compare nell’ufficio del direttore generale della televisione. A scriverla è la morte stessa: a breve ricomincerà il suo lavoro, avvisando i malcapitati con una missiva, cosicché abbiano una settimana di tempo per poter lasciare i propri cari, sistemare il testamento, occuparsi delle questioni irrisolte e prender commiato dal mondo in maniera serena.

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“The Cow”: come si diventa una mucca

Il signor Ovvio

Da tempo soffro d’insonnia. Per addormentarmi ascolto alla radio sinfonie interminabili o guardo in Tv quei programmi strani per la gente “che pensa”, quelli che non guarda nessuno. Ieri notte mi è capitato di vedere questo film iraniano del 1969 dal titolo La mucca: io ne ho viste di cose strane in vita mia, ma questa le supera tutte. Non ci ho capito nulla e devo parlarne con qualcuno. Sono a disagio: aiutatemi voi. (Tra l’altro lo trovate qui: https://www.youtube.com/watch?v=VN66CLqkEZ4)

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Gli Immortali di Alberto Giuliani: gli dèi che vorremmo essere

Frankenstein, ossia il moderno Prometeo, recita l’intestazione del famoso romanzo gotico di Mary Shelley. Viktor Frankenstein, infatti, non è altro che la versione positivista del semidio greco: il fuoco che vuole rubare agli dèi è il segreto della vita stessa. Lo scopo dello scienziato è quello di strappare un corpo alla morte fisica: in origine vi è un atto d’amore sfociato nell’egoismo e sarà un altro atto d’amore a generare la rivolta della creatura. Lo scienziato infatti, distruggendo il corrispettivo femminile del mostro ribadisce a questi la sua essenza: esso non è altro che un esperimento e, come tale, ancora sottoposto al suo potere. L’epilogo si staglia su un paesaggio artico che riporta il lettore all’immobilità e alla rigidità del cadavere e che ristabilisce lordine tra la vita e la morte.

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Pornage: il sesso iperconnesso

Pornage, scritto da Barbara Costa, è un viaggio nel mondo del sesso e della pornografia. Come in un film hard esso mette a nudo gli uomini e i loro impulsi, li sviscera e li espone ai più; la fatica, che in un porno viene celata e camuffata, diviene sudore emotivo e non fisico, dei protagonisti.  Il sesso non è altro che una chiave di lettura per comprendere il mondo che ci circonda: espressione libera di inconscio e corpo è anche l’ambito che sfugge alla censura dei sistemi totalitari, quello in cui si realizza fisicamente il rapporto con la tecnologia o che sopperisce all’insicurezza che domina le vite dei singoli. Ad ognuno di questi temi è dedicato un capitolo e assieme ad essi la Costa compie un’attenta analisi sulle divisioni di genere, il bdsm o le app di incontri, non fornendo alcun giudizio di valore e lasciando al lettore la possibilità di essere destabilizzato, inquietato od incuriosito.

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L’Ovvio e l’Ottuso

“La corazzata Potëmkin è una cagata pazzesca!”, tuonava il ragionier Fantozzi in una scena ormai entrata a pieno titolo nell’immaginario di tutti (per i pochi che fossero completamente digiuni: https://www.youtube.com/watch?v=hgfiAzqrLVo). Questa frase rappresentava la ribellione dell’uomo della strada nei confronti dell’imposizione di film a lui incomprensibili, considerati capolavori indiscussi perché indiscutibili, presentati con slogan che non vogliono dire niente né spiegano nulla (“Gli occhi della madre!”, “La carrozzina!”, “Il montaggio analogico!”). Con quel gesto catartico Villaggio cercava di demolire non tanto il cinema d’autore (il suo potrebbe essere visto anzi come un omaggio al capolavoro di Ėjzenštejn), ma piuttosto un modo di vivere la cultura che è elitario, reverenziale e stantio.

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I monologhi della Vagina: il torto riparato

Costituiti da testi di vario tipo tra cui poesie, flussi di coscienza e interviste I monologhi della vagina riuniscono elementi di sperimentazione e provocazione. Eppure, se si dovesse cercare realmente il significato di questo scritto, allora esso risiederebbe nella capacità che ha Eve Ensler di dare corpo e vita ad una parola. Il termine «vagina» smette di essere solo una serie di caratteri grafici scritti su carta e si appropria della scena assumendo caratteri tridimensionali. Diviene una sorta di divinità ancestrale: ormai stanca di non essere più onorata e rispettata essa esprime tutta la rabbia per una serie di atteggiamenti talmente radicalizzati nella nostra società da sembrarci naturali.

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‘Città sola’ di Olivia Laing: il dono della solitudine.

Sesso, arte, solitudine: sono queste le parole chiave necessarie per comprendere un romanzo-documentario come Città sola. Ad ogni capitolo corrisponde il quadro di un artista e le storie finiscono per intrecciarsi: a fare da collante attraverso la complessa struttura di rimandi e riferimenti è la figura dell’autrice stessa. Moderna Sherezade, Olivia Laing guida il lettore attraverso le strade della Grande Mela:  l’epigrafe «Solitari, questo libro è per voi»  posta in esergo pone il libro come un dono, sotto le mentite spoglie di un viaggio. Così come la figlia del Visir racconta le storie al Sultano per evitare la morte, anche l’autrice cerca di sfuggire, attraverso il percorso nelle vite degli artisti, alla solitudine che la attanaglia. Analizzando, dunque, i quadri di Hopper, le opere di Warhol o quelle più stravaganti di Darger, frammenti di sociologi e psichiatri, stralci di vita emergono in maniera caotica e si oppongono al silenzio cristallizzante della solitudine.

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Nell’angolo di quiete: dentro la bolla di sapone.

«Una differenza infatti staccava quella Prima Guerra Mondiale dalla Seconda: la parola aveva ancora potere (…) per un poeta non era affatto vano dire una sua parola, poiché le orecchie e le anime non erano ancora intontite dalle onde ininterrotte e verbose della radio; al contrario la manifestazione spontanea di un grande poeta aveva maggiore efficacia che non i discorsi ufficiali degli uomini di Stato», scrive Zweig nella sua autobiografia, intitolata il Mondo di Ieri. In essa descrive chiaramente quello che fu lo scoppio della Grande Guerra e gli entusiasmi che coinvolsero gli animi del popolo tedesco: chiunque, dal ciabattino, al macellaio al piccolo commerciante poteva rendere, arruolandosi, la sua vita degna di essere raccontata, ricoprendola di quegli slanci romantici che avevano caratterizzato il secolo scorso e i cui echi non erano ancora sbiaditi.

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Netoĉka Nezvanova o l’incompiutezza dell’arte

«L’uomo russo vuole tutto: vuole sentire se stesso e la vita, ma non l’ombra di questa o il suo riflesso, non la realtà esteriore, ma la grande misteriosa forza elementare, la potenza cosmica, il sentimento dell’esistenza[1]» scrive Zweig nel suo saggio su Dostoevskij. Ed ogni suo personaggio è espressione di questa forza, di questa tensione verso l’infinito: i personaggi sembrano barcollanti e quasi ebbri, come se si muovessero in una dimensione dalle fattezze simili alla nostra ma allo stesso tempo profondamente diversa. Anche un romanzo come Netočka Nezvanova, rimasto incompiuto per l’arresto dell’autore, presenta questi caratteri, rappresentati nella figura di Efimov, violinista e patrigno della protagonista.Pur rimanendo, come nota Zweig,  sempre imprevendibili e non pienamente incasellabili in uno schema (a differenza di quelli descritti da autori francesi come Balzac), i personaggi di Dostoevskij incarnano dei modelli tematici. E, forse, la loro mobilità è proprio dovuta al fatto di non essere definiti da uno modello che riguardi il singolo individuo, ma dal rappresentare un tema e di conseguenza tutte le contraddizioni in esse contenute.

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Lazzaro e il gatto filosofo

Lazzaro è un ex-militante di Azione Proletaria, è in Libano con la sua compagna Franca, quando conosce Afrah, sciita, e i suoi due figli: Fadhi e Samar. La guerra civile imperversa e nell’82 l’esercito israelita e le forze falangiste di Gemayel invadono il quartiere di Sabra e il campo profughi di Shatila, facendo strage dei palestinesi. Lazzaro fotografa tutto e profondamente scosso torna in Italia e continua la lotta armata. Nell’86 il covo dove si nasconde con Franca viene preso d’assalto dai carabinieri: i due fuggono, nascondendosi in un casolare, ma si arriva ad un scontro a fuoco in cui la donna perde la vita e Lazzaro viene arrestato. Muore anche il padre di Barbara, ancora bambina. Ad interrogarlo e pestarlo è Covelli, che anni dopo abbandonerà l’Arma e, dopo essere entrerà in una compagnia di telecomunicazioni e venderà intercettazioni telefoniche sottratte illegalmente. Sarà lui a prendersi cura della bimba e a garantirgli una vita agiata. I destini dei personaggi sono destinati ad incrociarsi, uscito di galera Lazzaro vuole tornare in Libano e al consolato ritrova Samar: la madre, è morta in un attentato pochi anni addietro.

Le figure delle due donne arabe si sovrappongono, attraverso una rivive l’altra: nei gesti della figlia Lazzaro ama la madre, al punto che dirà, nel delirio causato dal dolore, di aver sempre saputo che “Samar è Afrah”.

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